La Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti mercoledì voterà su una nuova regolamentazione dell'energia: richiedere ai data center di sostenere i costi aggiuntivi dell'energia, mirata a impedire che i colossi tecnologici trasferiscano le spese elettriche.
La Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti dovrebbe votare già mercoledì su una legge bipartisane volta a frenare l’aumento dei costi dell’elettricità legato all’espansione dei data center che supportano l’intelligenza artificiale.
Secondo quanto riportato da Finanza Intelligente APP, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti dovrebbe votare già da mercoledì prossimo su una legge bipartisan volta a contenere l'aumento dei costi energetici legati all'espansione dei data center di supporto all’intelligenza artificiale. Il voto avviene mentre funzionari governativi in tutto il Paese si trovano ad affrontare una questione sempre più urgente: come evitare che l’impennata della domanda di energia elettrica dei data center venga trasferita sui nuclei familiari ordinari.
Questa normativa, denominata “Ratepayer Protection Act” (H.R. 9340), è stata presentata congiuntamente nel giugno di quest'anno dalla deputata democratica della Florida Kathy Castor e dal deputato repubblicano del Colorado Gabe Evans, e ha già ricevuto il sostegno di 42 deputati (35 repubblicani e 7 democratici). Il disegno di legge obbliga gli organi regolatori statali del settore utility a valutare se i grandi utenti di energia, inclusi i data center, debbano sostenere i costi incrementali delle nuove infrastrutture elettriche necessarie a soddisfare la loro domanda. Il 21 luglio scorso, la proposta è stata approvata con voto unanime (52-0) dalla Commissione Energia e Commercio della Camera ed è stata inserita nel programma dell'aula il 10 settembre.
Una legge federale che “richiede agli Stati di considerare”
Dal testo emerge che non si tratta di una legge che fissa direttamente le tariffe. Modifica infatti la “Public Utility Regulatory Policies Act” (PURPA) del 1978, aggiungendo un nuovo standard al sistema federale di determinazione delle tariffe: gli utenti non residenziali con una domanda di picco di almeno 100 megawatt su un singolo sito o campus (principalmente data center) devono coprire con la propria tariffa tutti i costi incrementali relativi alla fornitura, trasmissione e distribuzione dell’energia elettrica; allo stesso tempo, i grandi utenti devono fornire garanzie finanziarie prima che le utility investano in infrastrutture, al fine di evitare che costi di progetti abortiti o ridimensionati ricadano sugli attuali utenti. Secondo il Congresso e i media di settore Environment+Energy Leader, le autorità di regolazione statali devono avviare la revisione entro un anno dall’entrata in vigore della legge e concluderla entro due; gli Stati che già hanno implementato o valutato regole simili possono essere esentati. Il voto avverrà secondo la procedura della “sospensione delle regole” (suspension of the rules), un iter accelerato previsto per leggi non controverse che richiede la maggioranza dei due terzi, e al momento si prevede che la proposta passerà agevolmente alla Camera.
Il vero ostacolo si trova in Senato. L’analogo disegno di legge (S.5028) presentato dal senatore repubblicano dell’Ohio Jon Husted non è ancora stato discusso in commissione e mancano circa tre settimane alla pausa pre-elettorale del 3 novembre. In altre parole, è probabile che questa legge venga utilizzata come “segnale politico” in vista delle elezioni, piuttosto che entrare in vigore.
L’impatto simbolico è già significativo: la norma codifica parte degli impegni assunti dalla Casa Bianca a marzo con il “Ratepayer Protection Pledge”. Questo impegno, promosso inizialmente da Amazon, Google, Meta, Microsoft, OpenAI, Oracle e xAI, ha raccolto secondo le cronache oltre 200 adesioni coprendo l’80% della fornitura energetica del Paese e coinvolgendo 263 milioni di americani.
Il leader democratico alla Camera Hakeem Jeffries ha espresso questa settimana il proprio sostegno alla legge durante una conferenza stampa definendola “un passo appropriato nella giusta direzione”, aggiungendo però che “serve chiaramente fare di più”. L’ex commissaria della Federal Energy Regulatory Commission (FERC), Allison Clements, ha dato una valutazione più cauta: “Questa legge di tutela degli utenti rappresenta in realtà solo un passo relativamente moderato nella giusta direzione. Il suo valore è soprattutto simbolico: se passasse con consenso bipartisan, il Congresso ribadirebbe la propria priorità alla protezione degli utenti in questa fase di nuovi investimenti e crescita della domanda”.
L’organizzazione ambientalista Food & Water Watch, che chiede una moratoria nazionale sulle nuove costruzioni di data center, critica la normativa per il suo stretto focus sui costi elettrici, senza considerare le più ampie preoccupazioni relative all’impatto dei data center sulle risorse idriche, l’inquinamento e le comunità locali.
Oltre la legge: le vere tariffe si decidono nei comitati statali
Va sottolineato che, anche se approvata, questa legge avrebbe effetti vincolanti limitati: richiede infatti solo che gli Stati “considerino” questo standard, senza adottarlo in modo obbligatorio. Sara Chieffo, vicepresidente senior delle relazioni governative presso la League of Conservation Voters, ha dichiarato prima del voto che “una legge che si limita a chiedere agli Stati di considerare volontariamente meccanismi di protezione dei costi offre indicazioni talmente deboli che i regolatori statali possono benissimo ignorarla”.
L’industria sta invece contestando la narrazione stessa della “traslazione dei costi”. L’associazione di categoria Data Center Coalition ha pubblicato uno studio secondo cui non vi sono prove che i data center abbiano aumentato le bollette delle famiglie con l’attuale struttura tariffaria; studi di EPRI evidenziano anzi che una domanda aggiuntiva stabile permette di ripartire i costi fissi della rete su un maggior volume di energia, con possibile riduzione delle tariffe domestiche. La CEO di Pacific Gas and Electric Company (PG&E), Patti Poppe, ha dichiarato agli investitori a luglio: “Ogni gigawatt di nuovo carico, se tarato correttamente, può portare a un calo dell’1% delle tariffe per tutti i clienti”. Dopo l’entrata in vigore a giugno della Schedule 96 sulle tariffe per grandi carichi presso Portland General Electric in Oregon, nello stesso trimestre le tariffe per i data center sono aumentate del 29%, mentre quelle residenziali sono scese dell’1,3%.
In altre parole, questa non è una legge che decide il destino dei costi elettrici per l’IA. Il “dovere di considerazione” a livello federale serve a indicare una direzione: le vere regole tariffarie vengono definite nei 23 Stati che hanno già introdotto tariffe per grandi carichi e nelle 104 proposte tariffarie già approvate o in discussione, così come nelle audizioni pubbliche della Virginia, della Georgia e dell’Ohio. Il commento di Clements, “moderato ma nella giusta direzione”, riflette forse la lettura più corretta da parte del mercato: il segnale politico bipartisan vale già il sostegno ricevuto, mentre la distribuzione finale delle bollette spetterà alle singole decisioni statali, una per una.
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